Coloro che vorranno trattare separatamente la politica dalla morale non capiranno mai niente di nessuna delle due.

Jean-Jaques Rousseau

Io!

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Vivo per terre sperdute lontane
d'un mondo abitato da bambole umane.
Esseri fatti con arti di ferro,
corpi d'acciaio e pelle di rame,
cuori pulsanti di sangue benzina,
lacrime nere di denso catrame.
Tacita legge e accordo severo
caratterizza la nostra cultura:
tutti i suoi pezzi ognuno li dona
e li riceve in egual misura.
Quindi nessuno può essere sé stesso
e solo con gli altri puoi sentirti uno;
ma se uno è per tutti e non per sé stesso
sul nostro pianeta non vive nessuno!
Decisi, in passato, di ribellarmi:
la mia identità divenne la meta;
febbrile vagai fra il popolo automa
scorgendo il crepuscolo vago di vita.
Per anni cercai, senza fermarmi,
il codice d'ogni parte di me;
e infine vestito di anima e forma
ho lieto goduto la gloria del "Sé".
Son ormai secoli che piango da solo
questo trionfo di essere solo.

Latitante

Più domande che punti.

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La parola "condizionamento" non suggerisce niente a nessuno?
La cosa strana ,oserei dire quasi ridicola, è che la mente umana di fronte ad un determinato fenomeno, camuffato con gli abiti griffati di una realtà finta, possa ingannare l'occhio sino ad auto-convincersi che, quello di fronte a loro, nel film evento dell’anno, è per forza il fratello dell'attore famoso: dai le somiglianze sono lampanti!
Come si fa dopo ad accettare che la situazione l’ha creata il tuo cervello? Come ti accetti la consapevolezza del fatto che il fratello non era quello che credevi tu ma un’ attore secondario?
Poniamo di scoprire, ovviamente si continua per esempi, di avere un 90% di possibilità di prendere una malattia neurologica ereditaria, che so.. la depressione.
Quasi sicuramente ti auto-convinceresti che tutti i sintomi ci sono sempre stati e che sono stati ogni giorno più lampanti, addirittura che proprio quei medesimi segni premonitori hanno modificato l'intera tua esistenza spingendoti a comportamenti che altrimenti non avresti compiuto.
Una volta consapevole della presenza di questo male quale sarebbe il comportamento più consono? Abbandonarsi ad un destino ormai in caduta libera della serie "se peggiora ulteriormente l'unica idea che ho è il suicidio di massa giapponese" o cercare di contrastare un'inevitabile conclusione che non necessariamente deve avverarsi?
Poniamo gli estremi a livelli imbarazzanti: poniamo persino che la depressione ce l'hai con certezza.
Le cose cambierebbero sul serio?
Dopo tutto hai condiviso una vita con essa.
Saresti dunque influenzato da quel particolare contesto?
Qui non si parla di conformismo o di anticonformismo, non si parla nemmeno di condizionamento puramente esterno perchè nessuno ti ha mai inconsciamente portato a medesimi comportamenti.
Ma di che diavolo possiamo parlare?
Adattamento fisiologico al contesto?
Caspita no perchè dopo tutto non è necessariamente del contesto che si parla ma più che altro di una tua indipendente scelta personale che ti ha portato ad attribuire ogni causa dei mali passati persino giustamente se vogliamo a quella patologia.
Ma di che si tratta allora?
Se tu non avessi mai saputo della sua esistenza la vita sarebbe proseguita sulla stessa lunghezza d'onda, sulla medesima scia di abitudini pensieri e comportamenti.
Ora ho ipotizzato l'effettiva esistenza della malattia, ma se invece tu appartenessi al 10% di possibilità, ossia se tu fossi sano, senza saperlo?
Attribuiresti ogni momento buio, ogni pianto disperato e delirio ad occhi sbarrati a quella fottuta patologia neurologica a prescindere dalla sua esistenza o meno.
Agisci in quella determinata maniera perchè....?
Insicurezza? Semplice debolezza?
L'essere umano deve per forza cadere in dettagli simili distorcendo la propria serenità con tasselli non sempre gratificanti?
Ora forse l'esempio citato era tendenzialmente esagerato, ma se ne poniamo in essere un'altro, che so, magari la capacità mistica di una canzone di modificare ogni tuo modo di vedere le cose, di pensare, ogni tuo comportamento, ogni tua idea, della serie "senza quelle note, senza quelle parole io non potrei essere io" di cosa diavolo si sta parlando?
Elevazione: Leggo Kerouac, capisco più di quello che potrei capire leggendo Topolino e grazie a questo mi innalzo intellettualmente?
Troppo facile.
Ascolto i Pink Floyd, li ritengo una gruppo di spessore per quell'onda anomala rock che nei 60/70 ha attraversato la materia grigia umana, e per questo sicuramente posso considerarmi un gran pensatore?
Ti piacerebbe.
Ancora, guardo film complessi che riescono a sviluppare la mia mente ed a tenerla allenata solo così il mio ego potrà raggiungere quello del suo creatore.
Sommando tutti questi fattori un uomo deve per forza adeguare il suo cervello ad un tenore di vita senza includerli tutti contemporaneamente?
Come ascoltare Madonna, leggere Marquez , guardare "Gossip Girl" e Woody Allen uno dopo l'altro, avere una malattia neurologica e continuare la propria esistenza e non dare ogni merito a quella canzone che ti ha cambiato l'esistenza… o deve necessariamente proseguire per compartimenti stagni?

La mentalmente poco stabile

Valori

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"Uccidere la gente non è sbagliato."
Rimasi per un attimo scioccato di fronte a questa affermazione.
Erano solo due settimane che avevo in cura questo ragazzo quindicenne, e, fino a quell'istante, non mi era parso problematico, anzi piuttosto sveglio; ma nel sollevare la testa dal taccuino incontrai un paio di caldi occhi seri che, fissandomi, parevano sostenere con naturalezza la frase appena pronunciata.
Il sostantivo generico -gente- mi preoccupò, ma non ero del tutto sicuro cosa intendesse con precisione o quali fossero i suoi valori, perciò indagai con cautela:
"Cosa intendi dire?"
Lui, continuando placido e sicuro, rispose:
"Se non viene dato un valore alla vita umana allora questa non né ha."
Affermazione agghiacciante, seppur logica.
Tenni immobili i muscoli del viso per non palesare il mio stupore, ma lui se ne accorse lo stesso ed esultò inarcando leggermente in un sorriso l'angolo destro della bocca.
Si trasformò in una subdola partita a scacchi.
"Infatti" dissi "ognuno di noi dà un significato alla vita, e crescendo si imparano dei valori che ci permettono di convivere nella società; se neghi il fatto che ognuno di noi abbia diritto di vivere, neghi la tua umanità."
Il suo sguardo era talmente fervido ed avvolgente che mi sentivo soffocare.
Rispose solenne:
"Non credo sia vero. Anche -umanità- è un termine. Qualcosa a cui si può dare un significato soggettivo, come tutto il resto. Noi abbiamo creato delle regole per convivere in società, e la società opera nel far rispettare quelle regole permettendoci di sopravvivere in apparente armonia; ma l'uomo, in quanto individuo, è totalmente libero. Decide per sé cos'è giusto o sbagliato. Io la penso così."
Con le ultime parole poneva una diga fra me e lui; arroccava il suo re in una difesa serrata.
La totale assenza di incertezze, di dubbi, di condizionali nelle sue frasi iniziò a spaventarmi.
Un quindicenne davvero intelligente.
E pericoloso.
Mi sentivo scultore di fronte ad un'opera ultimata.
Una diabolica opera inquietante.
"Quindi credi che non esista nulla di innato?"
Inamovibile:
"No."
"E che le regole interpersonali siano sbagliate?"
"Non mi interessa. Nulla è sbagliato se non credi lo sia. Ciò che è giusto per me non deve necessariamente esserlo per gli altri. Le mie regole sono differenti da quelle altrui."
Non avevo idea di come agire.
Pareva credere profondamente, intimamente tutto ciò che sosteneva.
La scacchiera si stava svuotando.
Dei miei pezzi.
"Ed in che modo sono differenti le tue regole?"
Senza pause, deciso come sempre disse:
" Il fatto che non credo la vita abbia valore se non glielo si dà è una; un'altra è che non voglio essere obbligato a fare le cose..."
Lasciò la frase in sospeso per pochi secondi.
"Il preside mi ha costretto a venire da lei, e, ormai, sono stufo."
Lentamente estrasse una pistola dall'interno della sua giacca sportiva. Me la puntò contro e continuò:
"Lo sa che fino a quando non dà il consenso non posso smettere di presentarmi da lei, e mia madre ci sta soffrendo molto. Quindi ora le consiglio di firmare quei moduli e lasciarmi andare."
Fissavo l'arma terrorizzato, respirando il meno possibile quasi potessi far scattare il grilletto.
Era la prima volta che venivo minacciato.
Da un ragazzino.
Con una pistola.
Per quanto mi piacessero le nuove esperienze stavo per svenire.
Ritrovando l'unica goccia di coraggio dispersa nell'oceano di autoconservazione ed utilizzando a malapena le corde vocali affette da parziale paralisi, bisbigliai:
"Se...se non lo facessi...mi uccideresti?"
Sorrise il suo viso.
Ed era un viso così innocente...
"La sua vita non ha nessun valora per me, mentre quella di mia madre ne ha molto. Perciò se vuole essere al sicuro da me le chiedo due cose: una firma e il suo silenzio."
La mia audacia sentenziò: accordo accettabile.
Con vistosi gesti mi avvicinai alla scrivania, presi il blocco di moduli, li firmai, glieli consegnai e rimasi fermo, in piedi, al centro della stanza.
Il ragazzo li sfogliò con cura, controllò una seconda volta e, certo del successo della sua azione folle, li prese sotto braccio.
"Grazie dottore. Addio."
Nascose l'arma sotto la giacca e mi lasciò solo con la mia viltà, la mia paura ed uno sleale scacco al re.
Latitante

Filosofia: SinTh

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Vorrei partire, in questo mio intervento, dal concetto di “servitudine volontaria” prodotto da Etienne de la Boétie: “sebbene nessun essere umano possa essere trattato come uno schiavo senza soffrirne, accade spesso che ci si sottometta volontariamente a una forma di schiavitù quando non si è avuta la possibilità di conoscere altro. L' abitudine ci fa accettare l' inaccettabile. Accade a tutti”.
Questa semplice massima è stata tra le argomentazioni che più mi hanno aiutato ad allargare l’angolo di visuale verso il mondo.

Ma partiamo dall’inizio: ho trovato il centro di gravità permanente di ogni mio discorso, di ogni mio bisogno, nel valore della diversità.
È stata una ricerca complessa e ostinata, come ostinato e forse azzardato è il mio cercare ordine a tutto, ma coincidente in fondo con la purezza semplice di una verità: la diversità è un valore perché ogni cosa al mondo è unica nel suo esistere. Verità semplice, senza ombra di dubbio, ma non intuitiva. Almeno, non lo è stato, e non lo è per me.
So che ci sono cose giuste e cose non giuste, ed in quello in conformismo è doveroso.
Ma non lo è se si tratta della distinzione tra cose belle e cose non belle.

La bellezza è il modo che abbiamo di difenderci dalla morte, perché è la sola cosa che rende notevole la vita. E bisogna aver cura della capacità di vedere il bello nelle cose; bisogna allenarla questa capacità, proprio perché così si allena il senso stesso della vita, lo si ingrandisce, lo si fortifica. Noi tutti, col primo vagito, eleviamo la vita dal piattume nero della morte, solo perché troviamo nell’esistenza un contenuto: la bellezza. Senza bellezza non solo saremmo vuoti come i morti ma saremmo morti perché non troveremo nulla per cui vivere.

Ebbene noi viviamo grazie alla bellezza, ma è anche la bellezza che vive grazie a noi. La bellezza infatti esiste solo se esiste l’uomo: non c’è nulla di bello in sé. Siamo noi che troviamo bello qualcosa.

Una vita è grande proporzionalmente alla capacità che ha il suo protagonista di trovare il bello nel mondo. E se ci pensate un attimo, noi reputiamo taluni uomini come “grandi uomini” perché essi hanno trovato nuove fonti di bellezza nelle cose del mondo. Uomini che hanno dato un senso altro alla materia di cui è fatto il mondo. Uomini che hanno visto cose belle in cose che prima non erano reputate belle. Ed ecco che si torna al valore della diversità.

Scritto intermedio: Questo è un possibile veicolo attraverso cui guardare al mondo, io credo sia valido perché credo che, più o meno consapevolmente, tutti noi ragioniamo in questi termini, e che tutto sia riducibile alla dicotomia bello-brutto [è riemerso in questo momento il ricordo scolastico della filosofia antropologica di Hobbes, che pressappoco partiva dallo stesso punto. Che peccato, pensavo fosse roba mia :) ]

Uomini grandi sono quelli che osservano le cose del mondo e ne trovano la bellezza; sono quelli che trovando bella la mente stessa degli uomini (la più importante cosa del mondo) hanno voluto applicarla in maniera inedita e forte a tutte le cose del mondo; [e sto parlando degli scienziati, da Leonardo Da Vinci, scienziato ante-litteram, a Galilei, a Newton, ad Einstein, a Weber, a Durkheim etc…]
Uomini grandi sono poi quelli che trovano nuove bellezze nelle emozioni, coloro che sanno approfondire con nuovi punti di vista, con modalità e contenuti originali, emozioni già conosciute. Così facendo le fanno traboccare di bellezza, rispetto alla loro ordinaria capacità.

Farò solo un esempio in questo caso, che servirà ad esplicitare ancora una volta, se non fosse ancora chiaro, il potenziale di enorme bellezza che trovo nelle diversità.
Dice Fabrizio De Andrè nella sua ultima canzone, Smisurata Preghiera: “per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”.
Egli trova l’assoluta bellezza nella verità (sia come uno scienziato che come un’artista); e secondo lui la vera verità risiede nell’umanità pura (nel senso di umanità che tentai di dargli anch’io, con meno efficacia, diversi post fa); umanità pura, quella del nudo essere umano, e come tale la sola umanità non corrotta dal gioco infangante del capitalismo, l’umanità dei respinti, degli ultimi. Solo qui sta la vera verità, la bellezza quindi. Solo davanti alla verità si può “consegnare alla morte una goccia di splendore” (anche se certo, solo una goccia).

Ebbene, faccio questo elogio al potenziale della diversità perché oggi vivo circondato da un immaginario collettivo, qualcuno direbbe in una “cultura”, che sta cercando di livellare ogni picco di originalità, di estro, puntando ad incamerare in un solo contenitore tutte le possibilità che ogni uomo ha di rendere bella e grande la sua vita. Un omologazione dilagante, verso un solo modello.
E perché? Solo perché possa rientrare in qualche target, di modo da potergli vendere un prodotto.
Ma questo fa dei danni, ostacola le possibilità di crescita del senso stesso della nostra vita. Sottilmente da decenni stiamo subendo un graduale restringimento della nostra autonomia di giudizio, siamo condizionati, come forse non è mai stato condizionato nessun uomo nella storia, con un’invadenza profonda nei nostri gusti (ossia ciò che troviamo bello) tesa a renderci prevedibili per il mercato.

Lo fanno ponendoci di fronte un modello di come dovremmo essere, fin nella più profonda intimità della nostra persona, ci dicono come dovremmo viverci gli affetti, il sesso, i divertimenti, gli interessi, etc…, in generale, cosa inaudita, ci dicono esattamente che cosa è bello e cosa non lo è. Se ci pensiamo bene è proprio così, infatti noi all’opposto abbiamo ben chiaro ciò che unanimemente nelle società di oggi si intende per mediocrità (ossia “ciò che è da sfigati”), se un vestito, un modo di passare il sabato sera, un comportamento, un interesse è “da sfigati”.
Sono come tessere di un puzzle, che ricongiunte con un po’ di pensiero astratto, danno vita ad un modello di perfezione totalizzante di ciascun aspetto della nostra vita.

Scritto intermedio: Questo modello è così ben delineato in noi perché nel corso della sua storia il capitalismo ha affinato le armi, e sempre col solo fine di massimizzare i profitti, ha creato l’immaginario culturale ideale per poter vendere dei prodotti. Una “cultura” ideale in quanto perfettamente delineata ed organica; e questo non perché dei cervelloni nella notte dei tempi si sono messi attorno ad un tavolo e hanno disegnato il modello perfetto, ma perché nella pubblicità è intrinseco un meccanismo che tende a perfezionare e a rendere più nitida, di volta in volta, l’immagine funzionale alla vendita del prodotto. Infatti la pubblicità, diretta alla maggior parte possibile di persone, deve rivolgersi a target di consumatori, dall’ampiezza variabile (quelli più ampi sono economicamente più convenienti). Allora man mano la pubblicità e con essa la tv commerciale (ossia la tv che fa spettacoli per vendere spettatori alla pubblicità) nel tempo ha abbassato di livello culturale i propri messaggi, il livello culturale del concetto di bellezza (scadendo oramai solo sul piano del sesso e dei clichet), di modo che raggiungano un numero sempre maggiore di consumatori, allargando così la capacità dei target e rendendo così un profitto (pubblicità meno mirata = meno pubblicità = meno spesa). Intuite che dietro a questi meccanismi c’è uno studio, nulla è fatto a caso, e se ci fosse qualcosa che lo fosse, sarebbe improduttivo.

Noi siamo nel cono d’ombra che si dirama dal punto all’infinito rappresentato da questo modello di assurda, innaturale e disumana perfezione. E non ce ne accorgiamo.
E' qui che si ricollega il concetto con cui ho aperto questo poema: siamo come un gregge in questo cono d’ombra, passiamo la vita a far diete e a farci le plastiche, per tendere a quel punto irraggiungibile, senza accorgerci di essere pedine in un gioco di schiavitù culturale, mortificando le infinite possibilità di bellezza che possono arricchire la nostra esistenza, solo perché limitati da un paraocchi culturale.
Soprattutto la nostra generazione, cresciuta nel periodo di massimo fulgore storico per la società dei consumi e dello spettacolo, è incatenata alla "servitudine volontaria". Noi pensiamo come accettabile ciò che non lo è, che non lo può più essere, semplicemente alla luce delle conquiste razionali che la storia dell'uomo ci ha portato. Non si può e non si deve regredire. Noi non abbiamo avuto modo di conoscere altro (in termini significativi, il potere manipolatore della televisione è assoluto), e questo ci ha reso accettabile l'inaccettabile. Ad esempio, noi ora pensiamo che sia naturale, accettabile la diffusione di malattie atroci quali l'anoressia, oppure la diffusione di un ideale di vita per cui la mia libertà può anche limitare quella altrui. Stiamo tornando indietro invece di andare avanti.
Cambiando ottica verso la diversità, iniziandola ad apprezzare già in sé come concetto, prima che nelle sue applicazioni empiriche, possiamo trovare nuove fonti di bellezza, che rendano la nostra vita più grande e più sensata, senza ricadere in quelle scontate, alla fine dei fatti poco appaganti.
Dobbiamo oggi uscire da questo opprimente cono d'ombra, essere in prima persona un'alternativa, “viaggiare in direzione ostinata e contraria”, per noi prima di tutto; e non per alti e utopici sogni sociali, ma per la nostra personale felicità.

Perchè l'ho dato per scontato, ma ho tutta l’impressione che la bellezza ci renda felici, oltre che davvero liberi.

Scritto successivo: alla possibile obiezione della presunta esistenza di alcune componenti oggettive nel vedere la bellezza, ad es. guardando il corpo delle donne, rispondo dicendo che quello che per noi è un culone, come quello di beyoncé, in america è il prototipo del deretano perfetto e fa allupare un sacco di gente; e che in perù i baffi sul viso delle donne non impediscono l’eccitazione dei peruviani e il proseguimento della specie. Non credo proprio ci siano componenti assolute in queste vicende.
Imagine

Tradizione tradita

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Avevo paura.
Avevo una paura fottuta.
Ero immobile di fronte alla porta di casa e le gambe parevano mutate in due pesanti blocchi marmorei. Anche i polmoni temevano ciò che stavo per fare, e dopo un rapido meeting, si erano accordati per uno sciopero costringendomi a rendere la respirazione un atto volontario.
Ma era il momento di affrontarli.
Dovevano ascoltarmi.
D’altronde i genitori dovrebbero farlo sempre, e sempre dovrebbero sforzarsi di capirti.
L’uso del condizionale nei miei pensieri la diceva lunga.
Per tutto il giorno avevo ricercato il coraggio parlandone ai miei amici, alla mia ragazza, a me stesso; ed ecco giunto il fatidico momento....
Con me la tradizione sarebbe finita.
Mi avvicinai alla porta e percepii che probabilmente anche quel pezzo di legno provava delusione nei miei confronti; la aprii con difficoltà e mi parve cigolasse più a lungo del previsto solo per attirare subito l’attenzione su di me.
Spinsi le mie estremità inferiori in salotto, dove mio padre e mia madre si istruivano sulla vita nutrendosi di televisione; mi posizionai fra la cucina ed il corridoio per avere due vie di fuga calcolate e, fagocitando avidamente l’aria attorno a me, gridai come un folle:
“IO ODIO L’INSALATA DI POLLO!”
Il silenzio fu immediato.
Anche il giornalista televisivo mi stava fissando incredulo.
Le sfumature di colore del viso di mio padre mutarono da ocra pallido a rosso cremisi. Mia madre singhiozzò di dolore portandosi le mani sul volto per nascondere lo stupore.
Avevo due paia di occhi arrossati che spargevano combustibile sulla mia coscienza in fiamme. E la mia frustrazione, nutrita fino ad allora in segreto, poteva beatamente trasformarsi in palese senso di colpa.
Il mio vecchio si alzò alla moviola; stava riguardando nella sua mente l’azione punitiva che avrebbe messo in atto fra pochi secondi.
Socchiuse le labbra e sospirò dall’interno di una grotta:
“Cos’hai detto….?”
Ecco la prima condanna: ripetere il terribile reato commesso.
“Ho detto che odio l’insalata di pollo….”
Il grido precedente si era reincarnato in un sussurro tendente al silenzio.
Mio padre riprese scandendo ogni termine:
“Sai che è una tradizione storica, di famiglia?....Un simbolo del nostro paese?”
Seconda condanna: riflessione sulla profondità culturale della tradizione.
Stavo scendendo rapidamente i gironi infernali.
“Si, ma….”
Continuò implacabile:
“E che non è soltanto un’azione ma una cerimonia carica di significato?”
Terza condanna: sentirsi inermi di fronte a domande retoriche.
Ma volevo esprimere il mio punto di vista, perciò misi da parte la conta delle condanne e replicai pateticamente:
“Si, ma non è diversa da altre insalate, è come un altro cibo qualsiasi. E a me il pollo fa schifo….”.
La reazione fu immediata come lo scatto repentino del dito accusatore di mio padre:
“MA COSA…..E’ MORTA DELLA GENTE PER QUESTO, PER DARCI QUESTA LIBERTA’….HO LAVORATO ANCH’IO PERCHE’ TU L’AVESSI.”
L’inferno si aprì.
Mi sentii un traditore di benefattori.
Per la prima volta mia madre intervenne:
“Calmati caro, è giovane. Deve ancora capire molto della vita. Deve imparare.”
L’intromissione salvò la situazione, ma ormai la mia reputazione ai loro occhi era irrimediabilmente compromessa.
Il mio vecchio si mosse in fretta per scaricare la tensione, mi si avvicinò ed una smorfia di disprezzo anticipò le sue parole:
“Prima che tu possa deludere ancora la tua famiglia ti insegnerò il rispetto.”
Con pochi, rigidi movimenti scomparve in cucina, e mentre tentavo di deglutire con forza il gusto del dolore, della paura e della bile che avevo in bocca sentii la sua voce da lontano:
“Vai in camera tua. Domani all’alba svegliati. Andremo alle stie.”

Latitante