Trovava le trame solo nel momento in cui chiudeva gli occhi.
Si coricava e la sua fervida immaginazione gli donava la visione di una storia nell’oscurità delle sue palpebre serrate. Anche quando le batteva per reidratare gli occhi vedeva un frammento di trama che prendeva vita. E non poteva fare altro che afferrare carta e penna per cancellarle dal suo sguardo rendendole concrete. Se non l’avesse fatto l’avrebbero perseguitato.
Le storie si vendicavano piacevolmente con lui.
Per non alimentare quella follia fu costretto ad eliminare la fantasia dalla sua vita. Rimaneva barricato in casa, cosicché gli stimoli esterni non gli regalassero altri spunti nocivi. Non possedeva foto, niente libri, mai avuto tivù ed internet. Si faceva portare da mangiare a casa raccomandandosi che gli pecettassero tutte le buste e le scatole. L’arredamento era bianco come le pareti insonorizzate per non lasciare passare suoni stimolanti. La luce del sole era trattenuta all’esterno dalle persiane costantemente serrate. Imparò a dormire con gli occhi aperti, ma era faticoso, difficile ed a volte, per errore, li chiudeva dando via all’incubo della veglia forzata.
Era solo, sfinito e perseguitato dal buio dei suoi occhi.
Venne il giorno in cui, aperta la porta per prendere la spesa, vide una donna scalza sullo zerbino dell'appartamento di fronte al suo.
Chiuse di scatto pallido e sconvolto.
L’uomo morì 12 giorni dopo per insonnia.
Lo trovarono inabissato in un oceano di fogli fittamente scritti riguardanti storie di donne ed amori antichi e moderni.
Il cadavere aveva gli occhi aperti e la penna bloccata fra le dita della mano.
Prima di seppellirlo gli chiusero le palpebre.
Latitante
La verità che è dentro le persone è cosa tanto fragile da cambiare totalmente col solo modo di riceverla.
(Neon Genesis Evangelion)
(Neon Genesis Evangelion)
Era il 29 febbraio quando successe.
Il 29 febbraio 2008.
Mi risvegliai d’improvviso sul ponte di una nave senza sapere chi mi avesse portata lì o cosa ci facessi.
Avevo gli occhi brucianti ed una ciocca dei miei capelli neri si era fatta largo fra le mie labbra.
Ricordavo solo di aver festeggiato il mio quindicesimo compleanno e dopo essere andata in disco con le amiche ritornavo a casa da sola quando due luci abbaglianti squarciarono il buio.
Poi più nulla.
Dopo aver censito i rimasugli di energie nel corpo li radunai e mi alzai a fatica.
L’ansia che iniziava a salire era in momentaneo svantaggio contro l’adrenalina che scorreva rapida nel corpo.
Ero vestita come la sera del mio compleanno, non mancava nulla. Mi guardai intorno spaventata, ma pareva nessuno si interessasse a me, anzi pareva non ci fosse proprio nessuno. Niente ciurma, niente passeggeri. Tutto sembrava ordinato e pulito.
Era uno di quei vascelli che si vedono nei film pirateschi, e per quanto andavo con mio padre per mare, non avevo molta dimestichezza con questo tipo di nave.
Stavo muovendomi lentamente, facendo scricchiolare il legno sotto i miei piedi, quando scorsi un bagliore sopra un barile che fiancheggiava l’albero maestro. Lo seguii e mi trovai di fronte al mio anello.
Fu il primo regalo che mi fece un ragazzo di cui avevo una cotta.
Due anni fa. Ed erano mesi che non lo trovavo.
Iniziai ad agitarmi sul serio.
Girai la nave in largo ed in lungo e per assurdo che fosse era costellata di oggetti che avevano caratterizzato la mia vita: vestiti, un paio di orecchini, foto dei miei cari e del mio cane, la mia prima bici, il mio i-phone non funzionante, e molto altro.
Tutti gli oggetti che avevano contato qualcosa nella mia vita erano lì.
Il fiato si accorciava velocemente. Qualcuno aveva rubato tutta la mia roba per accumularla su quella nave?
Era una spiegazione folle, ma non sapevo cosa credere.
Riprendendo in mano le redini della situazione mi resi conto che girando per il vascello in cerca della mia roba non avevo incontrato nessuno. Ero sola.
Non sapevo che fare, quando, guardando in alto, vidi uno strano riflesso fra la nave ed il cielo.
Corsi verso il parapetto e, affacciandomi, capii cosa fosse.
Ero incredula: l'imbarcazione era racchiusa in un’enorme bottiglia trasparente che galleggiava sulle onde sospinta dalla corrente.
Rimasi a fissare quello spettacolo stupendo per una manciata di minuti quando il mio sguardo venne attirato da una scritta dorata sul fianco del vascello: Denise Altrove.
Il mio nome e cognome.
Quest’accozzaglia di assurdità e coincidenze mi turbavano, ma dal profondo stava sbocciando una sensazione di consapevolezza che non riusciva a venire definitivamente a galla.
Mi riscossi dalla sensazione e mi sedetti sopra una robusta cassa. Ricapitolando, mi trovavo su una nave deserta piena della mia roba che portava il mio nome e che viaggiava all’interno di una bottiglia trasparente.
Non era facile dare un senso a tutto ciò.
Ero confusa.
Quand’ecco che, ad un tratto, un’ombra si dilungò lenta sulla mia nave. Alzai gli occhi e vidi un’altra nave simile alla mia, ma molto più grossa, quasi il doppio, che si spostava con calma sfiorandomi.
Anch’essa era circondata da un gigantesco involucro di vetro e, per quanto gridassi, non notai nessuno passare sul ponte. Si chiamava Stefano. Stefano Menghi. Non conoscevo nessuno che si chiamasse così.
Il vascello comparve silenzioso e se ne andò silenzioso. Ma appena liberò la visuale mi accorsi che sul mare si potevano scorgere innumerevoli navi in bottiglia più o meno in lontananza. Alcune immense come il vascello Stefano, altre più piccole, fino a scorgerne alcune paragonabili a barche a remi.
Era un popolo di imbarcazioni alla deriva. Nessun capitano, nessun mozzo. Quando un paio di navi avevano la fortuna di incrociarsi il vetro non permetteva un incontro ma le faceva scivolare l’una accanto all’altra lasciando che si toccassero solo per pochi minuti, poi ognuna andava per la sua strada.
A volte gli scontri creavano delle crepe sul vetro, ma non si rompeva mai.
Era triste. Non so perché ma soffrivo nel vedere l’inevitabilità di quel distacco forzato.
Tutte le navi erano sole.
Nel mezzo di questi pensieri successe una cosa incredibile. Da uno dei vascelli più grossi giunse un rumore assordante, pareva quasi il frastuono della terra che si assesta. Poi il vetro iniziò a creparsi, prima lento poi sempre più velocemente. D’improvviso si ruppe ed i pezzi caddero in acqua sprofondando e lasciando la nave libera.
Però successe qualcos’altro: sotto la nave si creò un mulinello che fece inclinare la chiglia su un fianco. Da sotto il turbine balenavano riflessi rosso fuoco e scintille infernali. La nave tentava di uscire dalla letale spirale che la stava facendo inabissare con incredibile rapidità, ma gli sforzi parevano vani. Ma in quell’istante, scorgendo il ponte inclinato della nave, mi accorsi dell’uomo. Fissando il mare fiammeggiante, tentava di stare in piedi lottando contro l’inevitabile. Febbrilmente cercava qualcosa a cui aggrapparsi che potesse galleggiare, ma tutto affondava, come se nulla potesse contrastare il suo destino. Non mi vide. Gli ultimi attimi della sua esistenza furono caratterizzati da un cieco terrore urlato dagli occhi. Mauro Neri fu inghiottito dai lampi cremisi celati dalle onde.
Ciò che vidi ovviamente mi turbò, ma sapevo che non mi sarebbe successo. Era una sensazione naturale, che cresceva da quando mi ero svegliata su quella nave. Cominciavo a capire. Non so cosa ma so che lo stavo per capire.
La mia nave in bottiglia veleggiò per un po’. Passava a fianco ad innumerevoli vascelli vuoti. Pietro Olmi, Giada Fabbro, Chiara Menini, Franco Scotti… Piccoli o grandi che fossero erano soli e protetti sotto un cielo striato di nuvole come fossero anime.
E guardando le nuvole mi accorsi che parevano schizzi minuti di vernice bianca trascinata inerme da soffi di vento verso un luogo distante in cui stavo andando. Perciò seguii con lo sguardo il sentiero nel cielo e mi apparve una enorme, immensa bottiglia che sostava immobile su quel mare colmo di passanti.
Ma questo involucro di vetro aveva tre sostanziali differenze dagli altri: il vetro era opaco, perciò non si poteva vedere cosa contenesse; era inconcepibilmente più grande, infatti anche le onde più alte e più violente si frangevano sulla sua superficie come fossero delicate, minuscole carezze; ed infine il collo della bottiglia aveva un piccolo spicchio sotto la superficie del mare quasi come l’entrata di un igloo. Era chiaro: da lì le navi potevano passare.
Presi il timone e diressi la mia nave verso l’entrata della bottiglia opaca.
Il cuore si placava man mano che mi avvicinavo ed una serenità avvolgente mi pervase.
Cominciai a capire ogni cosa. Tutti gli aspetti della mia vita mi erano chiari.
Li rividi uno dopo l’altro, lentamente, mentre mi avvicinavo al passaggio per entrare. Rividi la mia nascita e ricordai cosa avevo provato; mi rividi all’asilo con la mia prima amica, rividi la scuola, le liti e le soddisfazioni in famiglia, rividi le esperienze sentimentali, gli errori commessi. E rividi il 29 febbraio 2008. Il mio compleanno. Quando camminavo sul ciglio della strada. Quando vidi le luci abbaglianti e poi più nulla. Quando venni investita e morii.
Fu subito dopo aver rivisto la mia morte che il vetro spesso che circondava la mia nave si crepò e si ruppe in minuscoli, infiniti frammenti talmente sottili da sembrare una pioggia di polvere lucente.
Quindici anni di naufragio fu la mia vita.
E solo allora parlai, anzi gridai la gioia della deriva interrotta mentre entravo nella bottiglia opaca e raggiungevo l’isola che si celava al suo interno.
Ero libera. Ero beata. Ed urlai le ultime paure gettandomi verso il nuovo cielo.
Latitante
Il 29 febbraio 2008.
Mi risvegliai d’improvviso sul ponte di una nave senza sapere chi mi avesse portata lì o cosa ci facessi.
Avevo gli occhi brucianti ed una ciocca dei miei capelli neri si era fatta largo fra le mie labbra.
Ricordavo solo di aver festeggiato il mio quindicesimo compleanno e dopo essere andata in disco con le amiche ritornavo a casa da sola quando due luci abbaglianti squarciarono il buio.
Poi più nulla.
Dopo aver censito i rimasugli di energie nel corpo li radunai e mi alzai a fatica.
L’ansia che iniziava a salire era in momentaneo svantaggio contro l’adrenalina che scorreva rapida nel corpo.
Ero vestita come la sera del mio compleanno, non mancava nulla. Mi guardai intorno spaventata, ma pareva nessuno si interessasse a me, anzi pareva non ci fosse proprio nessuno. Niente ciurma, niente passeggeri. Tutto sembrava ordinato e pulito.
Era uno di quei vascelli che si vedono nei film pirateschi, e per quanto andavo con mio padre per mare, non avevo molta dimestichezza con questo tipo di nave.
Stavo muovendomi lentamente, facendo scricchiolare il legno sotto i miei piedi, quando scorsi un bagliore sopra un barile che fiancheggiava l’albero maestro. Lo seguii e mi trovai di fronte al mio anello.
Fu il primo regalo che mi fece un ragazzo di cui avevo una cotta.
Due anni fa. Ed erano mesi che non lo trovavo.
Iniziai ad agitarmi sul serio.
Girai la nave in largo ed in lungo e per assurdo che fosse era costellata di oggetti che avevano caratterizzato la mia vita: vestiti, un paio di orecchini, foto dei miei cari e del mio cane, la mia prima bici, il mio i-phone non funzionante, e molto altro.
Tutti gli oggetti che avevano contato qualcosa nella mia vita erano lì.
Il fiato si accorciava velocemente. Qualcuno aveva rubato tutta la mia roba per accumularla su quella nave?
Era una spiegazione folle, ma non sapevo cosa credere.
Riprendendo in mano le redini della situazione mi resi conto che girando per il vascello in cerca della mia roba non avevo incontrato nessuno. Ero sola.
Non sapevo che fare, quando, guardando in alto, vidi uno strano riflesso fra la nave ed il cielo.
Corsi verso il parapetto e, affacciandomi, capii cosa fosse.
Ero incredula: l'imbarcazione era racchiusa in un’enorme bottiglia trasparente che galleggiava sulle onde sospinta dalla corrente.
Rimasi a fissare quello spettacolo stupendo per una manciata di minuti quando il mio sguardo venne attirato da una scritta dorata sul fianco del vascello: Denise Altrove.
Il mio nome e cognome.
Quest’accozzaglia di assurdità e coincidenze mi turbavano, ma dal profondo stava sbocciando una sensazione di consapevolezza che non riusciva a venire definitivamente a galla.
Mi riscossi dalla sensazione e mi sedetti sopra una robusta cassa. Ricapitolando, mi trovavo su una nave deserta piena della mia roba che portava il mio nome e che viaggiava all’interno di una bottiglia trasparente.
Non era facile dare un senso a tutto ciò.
Ero confusa.
Quand’ecco che, ad un tratto, un’ombra si dilungò lenta sulla mia nave. Alzai gli occhi e vidi un’altra nave simile alla mia, ma molto più grossa, quasi il doppio, che si spostava con calma sfiorandomi.
Anch’essa era circondata da un gigantesco involucro di vetro e, per quanto gridassi, non notai nessuno passare sul ponte. Si chiamava Stefano. Stefano Menghi. Non conoscevo nessuno che si chiamasse così.
Il vascello comparve silenzioso e se ne andò silenzioso. Ma appena liberò la visuale mi accorsi che sul mare si potevano scorgere innumerevoli navi in bottiglia più o meno in lontananza. Alcune immense come il vascello Stefano, altre più piccole, fino a scorgerne alcune paragonabili a barche a remi.
Era un popolo di imbarcazioni alla deriva. Nessun capitano, nessun mozzo. Quando un paio di navi avevano la fortuna di incrociarsi il vetro non permetteva un incontro ma le faceva scivolare l’una accanto all’altra lasciando che si toccassero solo per pochi minuti, poi ognuna andava per la sua strada.
A volte gli scontri creavano delle crepe sul vetro, ma non si rompeva mai.
Era triste. Non so perché ma soffrivo nel vedere l’inevitabilità di quel distacco forzato.
Tutte le navi erano sole.
Nel mezzo di questi pensieri successe una cosa incredibile. Da uno dei vascelli più grossi giunse un rumore assordante, pareva quasi il frastuono della terra che si assesta. Poi il vetro iniziò a creparsi, prima lento poi sempre più velocemente. D’improvviso si ruppe ed i pezzi caddero in acqua sprofondando e lasciando la nave libera.
Però successe qualcos’altro: sotto la nave si creò un mulinello che fece inclinare la chiglia su un fianco. Da sotto il turbine balenavano riflessi rosso fuoco e scintille infernali. La nave tentava di uscire dalla letale spirale che la stava facendo inabissare con incredibile rapidità, ma gli sforzi parevano vani. Ma in quell’istante, scorgendo il ponte inclinato della nave, mi accorsi dell’uomo. Fissando il mare fiammeggiante, tentava di stare in piedi lottando contro l’inevitabile. Febbrilmente cercava qualcosa a cui aggrapparsi che potesse galleggiare, ma tutto affondava, come se nulla potesse contrastare il suo destino. Non mi vide. Gli ultimi attimi della sua esistenza furono caratterizzati da un cieco terrore urlato dagli occhi. Mauro Neri fu inghiottito dai lampi cremisi celati dalle onde.
Ciò che vidi ovviamente mi turbò, ma sapevo che non mi sarebbe successo. Era una sensazione naturale, che cresceva da quando mi ero svegliata su quella nave. Cominciavo a capire. Non so cosa ma so che lo stavo per capire.
La mia nave in bottiglia veleggiò per un po’. Passava a fianco ad innumerevoli vascelli vuoti. Pietro Olmi, Giada Fabbro, Chiara Menini, Franco Scotti… Piccoli o grandi che fossero erano soli e protetti sotto un cielo striato di nuvole come fossero anime.
E guardando le nuvole mi accorsi che parevano schizzi minuti di vernice bianca trascinata inerme da soffi di vento verso un luogo distante in cui stavo andando. Perciò seguii con lo sguardo il sentiero nel cielo e mi apparve una enorme, immensa bottiglia che sostava immobile su quel mare colmo di passanti.
Ma questo involucro di vetro aveva tre sostanziali differenze dagli altri: il vetro era opaco, perciò non si poteva vedere cosa contenesse; era inconcepibilmente più grande, infatti anche le onde più alte e più violente si frangevano sulla sua superficie come fossero delicate, minuscole carezze; ed infine il collo della bottiglia aveva un piccolo spicchio sotto la superficie del mare quasi come l’entrata di un igloo. Era chiaro: da lì le navi potevano passare.
Presi il timone e diressi la mia nave verso l’entrata della bottiglia opaca.
Il cuore si placava man mano che mi avvicinavo ed una serenità avvolgente mi pervase.
Cominciai a capire ogni cosa. Tutti gli aspetti della mia vita mi erano chiari.
Li rividi uno dopo l’altro, lentamente, mentre mi avvicinavo al passaggio per entrare. Rividi la mia nascita e ricordai cosa avevo provato; mi rividi all’asilo con la mia prima amica, rividi la scuola, le liti e le soddisfazioni in famiglia, rividi le esperienze sentimentali, gli errori commessi. E rividi il 29 febbraio 2008. Il mio compleanno. Quando camminavo sul ciglio della strada. Quando vidi le luci abbaglianti e poi più nulla. Quando venni investita e morii.
Fu subito dopo aver rivisto la mia morte che il vetro spesso che circondava la mia nave si crepò e si ruppe in minuscoli, infiniti frammenti talmente sottili da sembrare una pioggia di polvere lucente.
Quindici anni di naufragio fu la mia vita.
E solo allora parlai, anzi gridai la gioia della deriva interrotta mentre entravo nella bottiglia opaca e raggiungevo l’isola che si celava al suo interno.
Ero libera. Ero beata. Ed urlai le ultime paure gettandomi verso il nuovo cielo.
Latitante
Devo fare una premessa: questo testo è un esercizio di scrittura creativa. L'unico vincolo imposto era quello di far apparire nel racconto una bambina bionda, una donna senza un braccio, un fucile ed una lepre. Sono riuscito a mettere tutti i soggetti, ma ho dovuto snaturare il concetto di lepre tramutandolo nel nome di una missione. Giudicate voi.
In Vietnam tutto è normale.
Non ho ancora mai visto espressioni di stupore sulla faccia di nessuno.
C’è il dolore, l’agonia, la rassegnazione, la follia, ma non lo stupore.
Corriamo avanti e indietro nel sangue e nei liquami accumulati sul fondo delle trincee concentrati nello sparare alla cieca fra la fitta boscaglia. E ci urliamo, forse per convincerci, che li abbiamo ammazzati quei bastardi.
Vietcong, Charlie, musi gialli, di nomi ne hanno infiniti, di volti neanche uno.
Se ci soffermassimo solo un istante a riflettere che anche quegli ammassi di carne fumante hanno un volto… bé, forse non cambierebbe nulla.
Oramai la realtà l’abbiamo perduta.
O l’abbiamo barattata per una ragione valida.
“Missione Lepre”: sono qui per questo.
Lepre per due motivi: devo far “saltare” in aria tutti quanti fino a quando non mi “saltano” i nervi. Questi sono i motivi che credo io.
Il problema qui è questo: prima o poi si diventa pazzi senza sapere neanche il perché, è solo una questione di tempo.
Dev’essere l’odore di morte che si respira, e la consapevolezza che così tanto sangue scorre solo all’Inferno. E chi visita l’Inferno prima di morire desidera solo aver indietro per pochi minuti la sua vita perduta. Rivedere la propria famiglia per ripetere un’ultima volta le banalità fondamentali. Sfiorare ancora le ciocche dorate della propria figlia.
Sono tutti appigli in questo perpendicolare muro liscio grondante di lacrime.
E divengono talmente vividi nella tua mente che è la realtà stessa a sfumare. A mutare in incubo.
Perché qui il terrore regna sovrano e rende possibile ogni azione.
Una donna che impugna un lanciarazzi viene colpita ad un braccio che le esplode istantaneamente. Si mette a correre disperata verso una capanna arsa dalle fiamme lasciando una scia di sangue dietro sé.
Pare un percorso da seguire. Una strada senza curve.
Le sparo alla schiena un colpo di fucile.
Quel fragile corpo viene spinto a mezz’aria dalla forza dell’impatto e ricade inerme di fronte alla porta della capanna.
Mi avvicino per capire se sia ancora viva quando esce dal fumo, gattonando, una bambina candida con ciocche dorate.
Tutti i vietnamiti che ho incontrato fino ad ora hanno pelle olivastra e capelli scuri. Questa bambina è insolita, quasi paradossale per un luogo come questo.
Mi fissa stupita con occhi d’altrove. Mi fissa stupita da dentro il mio cuore.
Giro lo sguardo e la lascio di fronte al cadavere della donna monca mentre la capanna crolla.
L’umanità va contro gli ordini dei superiori.
Ma in Vietnam, per fortuna, tutto è normale.
Latitante
In Vietnam tutto è normale.
Non ho ancora mai visto espressioni di stupore sulla faccia di nessuno.
C’è il dolore, l’agonia, la rassegnazione, la follia, ma non lo stupore.
Corriamo avanti e indietro nel sangue e nei liquami accumulati sul fondo delle trincee concentrati nello sparare alla cieca fra la fitta boscaglia. E ci urliamo, forse per convincerci, che li abbiamo ammazzati quei bastardi.
Vietcong, Charlie, musi gialli, di nomi ne hanno infiniti, di volti neanche uno.
Se ci soffermassimo solo un istante a riflettere che anche quegli ammassi di carne fumante hanno un volto… bé, forse non cambierebbe nulla.
Oramai la realtà l’abbiamo perduta.
O l’abbiamo barattata per una ragione valida.
“Missione Lepre”: sono qui per questo.
Lepre per due motivi: devo far “saltare” in aria tutti quanti fino a quando non mi “saltano” i nervi. Questi sono i motivi che credo io.
Il problema qui è questo: prima o poi si diventa pazzi senza sapere neanche il perché, è solo una questione di tempo.
Dev’essere l’odore di morte che si respira, e la consapevolezza che così tanto sangue scorre solo all’Inferno. E chi visita l’Inferno prima di morire desidera solo aver indietro per pochi minuti la sua vita perduta. Rivedere la propria famiglia per ripetere un’ultima volta le banalità fondamentali. Sfiorare ancora le ciocche dorate della propria figlia.
Sono tutti appigli in questo perpendicolare muro liscio grondante di lacrime.
E divengono talmente vividi nella tua mente che è la realtà stessa a sfumare. A mutare in incubo.
Perché qui il terrore regna sovrano e rende possibile ogni azione.
Una donna che impugna un lanciarazzi viene colpita ad un braccio che le esplode istantaneamente. Si mette a correre disperata verso una capanna arsa dalle fiamme lasciando una scia di sangue dietro sé.
Pare un percorso da seguire. Una strada senza curve.
Le sparo alla schiena un colpo di fucile.
Quel fragile corpo viene spinto a mezz’aria dalla forza dell’impatto e ricade inerme di fronte alla porta della capanna.
Mi avvicino per capire se sia ancora viva quando esce dal fumo, gattonando, una bambina candida con ciocche dorate.
Tutti i vietnamiti che ho incontrato fino ad ora hanno pelle olivastra e capelli scuri. Questa bambina è insolita, quasi paradossale per un luogo come questo.
Mi fissa stupita con occhi d’altrove. Mi fissa stupita da dentro il mio cuore.
Giro lo sguardo e la lascio di fronte al cadavere della donna monca mentre la capanna crolla.
L’umanità va contro gli ordini dei superiori.
Ma in Vietnam, per fortuna, tutto è normale.
Latitante
Che altro può dire il poeta morente
se non dichiararsi l’amante dell’arte.
Quell’arte regina dei mille suoi servi;
quell’arte sgualdrina nei letti dei folli.
Parole cullate fra mani pazienti,
fiorite nei calli di menti stupite
dal loro prezioso, sublime destino
dell’essere schiave d’un dono divino.
Pregiati pennelli intrisi d’azzurro,
del fulvo tramonto e bianchi sospiri;
colori fragranze di frasi scontate
dall’uomo innalzate a versi sinceri.
Ed ecco l’angoscia di tosse ed affanno,
si libra rapace, vorace di carne;
la mano abbandona adagio la penna
lasciando il finale per sempre incompiu
Latitante
se non dichiararsi l’amante dell’arte.
Quell’arte regina dei mille suoi servi;
quell’arte sgualdrina nei letti dei folli.
Parole cullate fra mani pazienti,
fiorite nei calli di menti stupite
dal loro prezioso, sublime destino
dell’essere schiave d’un dono divino.
Pregiati pennelli intrisi d’azzurro,
del fulvo tramonto e bianchi sospiri;
colori fragranze di frasi scontate
dall’uomo innalzate a versi sinceri.
Ed ecco l’angoscia di tosse ed affanno,
si libra rapace, vorace di carne;
la mano abbandona adagio la penna
lasciando il finale per sempre incompiu
Latitante
Venne colpito da una maledizione ancor prima di nascere: nell’arco della sua vita avrebbe potuto pronunciare solo 10 parole.
Non una di più.
Non una di troppo.
“Sarà un idiota” disse lo scettico.
“Sarà un saggio” disse l’intellettuale.
Cosciente del suo destino sin da neonato non proferì prime parole, nessun verso, né lallazioni.
Neppure crescendo si decise ad emettere verbo.
Leggeva, studiava, approfondiva conoscenze d’ogni genere, ma stringeva la mano al silenzio compagno.
Avrebbe potuto pronunciare una frase storica dovuta al profondo apprendimento della conoscenza umana; avrebbe potuto sconvolgere gli scienziati con una formula matematica rivoluzionaria; avrebbe potuto conquistare il cuore d’ogni fanciulla donando a lei le sue 10 parole.
Ma no. Non lo fece. Pareva aspettasse.
Chissà cosa… Chissà quando… Chissà perché…
Si iniziò a dubitare di lui:
“E’ un idiota” disse l’intellettuale.
“E’ un saggio” disse lo scettico.
Dopo aver interiorizzato lo scibile umano, iniziò a viaggiare.
Guardava gli amori, fissava le angosce, viveva esperienze per mano di altri.
Era al di là dei sentimenti non perché non li provasse, tutt’altro: lui voleva capirli.
I suoi li conosceva bene in teoria, ma non credeva bastassero.
E diffidava dalla pratica concependola fuorviante.
Passarono anni, ed il bivacco d’ogni suo attimo era in un luogo distante.
Visse centinaia di avventure scritte da estranei e maturò, o almeno così pareva.
Lasciò bianco il suo corpo mentre tutti attorno a lui si dipingevano di mille sfumature diverse.
I suoi colori erano le sue 10 parole. Ed aspettava, quindi.
Invecchiò il suo fisico, deteriorò la sua mente, si logorò il suo desiderio d’apprendere.
Infine vagava solo nella confusione di ciò che aveva.
Quand’ecco che, al suo tramonto, mi fece chiamare.
Il suo capezzale era circondato da massicci volumi e foto di visi. E su quei visi i lineamenti come crepe, ad indicare le esperienze passate, si univano per formare un altro volto, quello di un uomo che non aveva mai vissuto davvero.
Mi fece avvicinare al letto e, dopo essersi seduto con fatica, fissandomi, sorrise e parlò. Fu un sospiro colmo di più voci tristi e soavi:
“Solo una parola è la sostanza dell’uomo: Altrove”
Parlò una sola volta. Espresse la sua vita.
E risparmiò anche una parola.
Invece di pitturarsi dei suoi stessi preziosi vocaboli espresse il suo giudizio riguardo me, se stesso, tutti gli altri. Ognuno puntava altrove, sempre. La meta era eternamente un passo più avanti.
Ma credo anche lui ci cascò nel tranello. Credeva di essere rimasto incolore per scelta, ma era un uomo, come tutti. E chiudendo gli occhi, nella fine, seppelliva i rimpianti che ognuno nasconde.
Forse uno, forse troppi.
Alcuni dissero che la usò, l’ultima parola, mentre spirava, per gridare un triste “Addio” o un serafico “Imbecilli”. Ma a me piace credere che non l’abbia fatto.
Perché la maledizione non era un suo rimpianto.
Non serviva dire altro.
In verità non serve dire nulla.
Così termina la sua storia colma di silenzi, pensieri e identità. Altrove.
“Era un idiota” disse lo scettico.
“Era un idiota” disse l’intellettuale.
Latitante
Non una di più.
Non una di troppo.
“Sarà un idiota” disse lo scettico.
“Sarà un saggio” disse l’intellettuale.
Cosciente del suo destino sin da neonato non proferì prime parole, nessun verso, né lallazioni.
Neppure crescendo si decise ad emettere verbo.
Leggeva, studiava, approfondiva conoscenze d’ogni genere, ma stringeva la mano al silenzio compagno.
Avrebbe potuto pronunciare una frase storica dovuta al profondo apprendimento della conoscenza umana; avrebbe potuto sconvolgere gli scienziati con una formula matematica rivoluzionaria; avrebbe potuto conquistare il cuore d’ogni fanciulla donando a lei le sue 10 parole.
Ma no. Non lo fece. Pareva aspettasse.
Chissà cosa… Chissà quando… Chissà perché…
Si iniziò a dubitare di lui:
“E’ un idiota” disse l’intellettuale.
“E’ un saggio” disse lo scettico.
Dopo aver interiorizzato lo scibile umano, iniziò a viaggiare.
Guardava gli amori, fissava le angosce, viveva esperienze per mano di altri.
Era al di là dei sentimenti non perché non li provasse, tutt’altro: lui voleva capirli.
I suoi li conosceva bene in teoria, ma non credeva bastassero.
E diffidava dalla pratica concependola fuorviante.
Passarono anni, ed il bivacco d’ogni suo attimo era in un luogo distante.
Visse centinaia di avventure scritte da estranei e maturò, o almeno così pareva.
Lasciò bianco il suo corpo mentre tutti attorno a lui si dipingevano di mille sfumature diverse.
I suoi colori erano le sue 10 parole. Ed aspettava, quindi.
Invecchiò il suo fisico, deteriorò la sua mente, si logorò il suo desiderio d’apprendere.
Infine vagava solo nella confusione di ciò che aveva.
Quand’ecco che, al suo tramonto, mi fece chiamare.
Il suo capezzale era circondato da massicci volumi e foto di visi. E su quei visi i lineamenti come crepe, ad indicare le esperienze passate, si univano per formare un altro volto, quello di un uomo che non aveva mai vissuto davvero.
Mi fece avvicinare al letto e, dopo essersi seduto con fatica, fissandomi, sorrise e parlò. Fu un sospiro colmo di più voci tristi e soavi:
“Solo una parola è la sostanza dell’uomo: Altrove”
Parlò una sola volta. Espresse la sua vita.
E risparmiò anche una parola.
Invece di pitturarsi dei suoi stessi preziosi vocaboli espresse il suo giudizio riguardo me, se stesso, tutti gli altri. Ognuno puntava altrove, sempre. La meta era eternamente un passo più avanti.
Ma credo anche lui ci cascò nel tranello. Credeva di essere rimasto incolore per scelta, ma era un uomo, come tutti. E chiudendo gli occhi, nella fine, seppelliva i rimpianti che ognuno nasconde.
Forse uno, forse troppi.
Alcuni dissero che la usò, l’ultima parola, mentre spirava, per gridare un triste “Addio” o un serafico “Imbecilli”. Ma a me piace credere che non l’abbia fatto.
Perché la maledizione non era un suo rimpianto.
Non serviva dire altro.
In verità non serve dire nulla.
Così termina la sua storia colma di silenzi, pensieri e identità. Altrove.
“Era un idiota” disse lo scettico.
“Era un idiota” disse l’intellettuale.
Latitante
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